PRIMO CAPITOLO LA STRATEGA, ANNO DOMINI 1164

CAPITOLO 1

 

Alice uscì scontenta dall’ufficio e si diresse all’autobus che la conduceva a casa. Un soffio di vento la fece rabbrividire e osservò il cielo plumbeo. Prometteva pioggia e lei, una volta smontata dal mezzo, s’affrettò verso la sua dimora. Giunta nel suo cortile, Pedro le venne incontro, scodinzolando al colmo della felicità. Lo accarezzò e gli promise un giretto.

«Mamma, porto Pedro con me a correre. Ho bisogno di sfogarmi un po’, dopo la giornata che ho avuto.»

«Cos’è accaduto? Problemi?» disse sua madre aggrottando la fronte.

«Riunioni infinite e cambiamenti in vista. Non so se continuerò a lavorare lì» riassunse depressa.

Sua madre la fissò, le rughe di preoccupazione sul suo volto s’approfondirono. «Alice, il cielo non promette bene. Sei sicura di voler andare a correre?» il tono preoccupato di sua madre crebbe di un tono.

Devo schiarirmi le idee; quando ritornerò dalla corsa le parlerò.

«Non ti preoccupare. Pedro ed io torneremo presto» sorrise in modo forzato stringendo i pugni. «Un po’ di moto mi farà bene.»

La madre sospirò sconfitta e lei uscì. Si diresse, come al solito, verso il quartiere di Novare, tenendo il cane al guinzaglio. Una volta giunta nei pressi della villa ottocentesca, lo liberò. Iniziò a correre sulla ripida collina, immersa nel verde.

Cosa farò se dovessero licenziarmi? Riuscirò a trovare un altro lavoro, considerando la crisi economica?

Aumentò la falcata assorbita dai suoi pensieri, mentre i campi di vigne svanivano rimpiazzati dal fitto bosco. Aveva compiuto metà percorso quando il tempo peggiorò. Pedro si era allontanato da lei, come faceva sempre e, con preoccupazione, osservò i nuvoloni grigi coprire il sole. La temperatura scese e lei rabbrividì. Zufolò per richiamare il vecchio bracchetto. Il fitto boschetto non le permetteva di vederlo. All’improvviso Pedro sbucò sul sentiero accanto a lei con la lingua penzoloni e le morbide orecchie nero-marroni sporche di terra.

«Dove sei stato? Spero non nella tana di qualche tasso. Dobbiamo affrettarci a tornare a casa, prima che si scateni il diluvio» lo sgridò.

Il cane la guardò con i suoi profondi occhi marroni cerchiati di nero, scodinzolò felice e infine iniziò a seguirla. Voleva finire la corsa giornaliera, prima dell’arrivo del temporale. Il vento s’intensificò, facendo stormire le fronde degli alberi e lei respirò l’umidità crescente dell’aria. Si trovava in un tratto piuttosto isolato e verde della Valpolicella, che confinava più a sud con le villette a schiera di Novare.

Vide il primo lampo e subito udì il tuono. In pochi minuti iniziò a piovere e, bagnata fino alle ossa, fu costretta a interrompere la corsa per cercare riparo. I tuoni spaventarono il povero cagnolino, che iniziò a guaire. Un fulmine cadde a breve distanza, impaurendola.

«Hai ragione. Piove così forte che non vedo dove sto andando. Rifugiamoci sotto quel pino» disse a Pedro.

Il bracchetto, tuttavia, non obbedì e iniziò a correre verso casa.

Sarà al caldo in dieci minuti, considerò lei invidiosa.

Iniziò a tremare e si strinse le braccia attorno al corpo, strofinandole con le mani. L’assordante rombo di un altro tuono la spaventò e si ritrasse maggiormente verso la ruvida corteccia dell’albero. Il fulmine cadde nel bosco a due passi da lei e il timore crebbe come la marea.

«Non posso restare qui, meglio rischiare un raffreddore» considerò ad alta voce.

Uscì cauta dalla protezione del pino ricominciando a correre. Un altro lampo illuminò il terreno.

Devo fuggire al più presto dal verde.

Ma tutto ciò che vide fu un’accecante folgore bianca, infine le tenebre.

Aprì faticosamente gli occhi, abbagliati dalla luce del sole, che filtrava dal fogliame degli alberi e non riconobbe il luogo dove si trovava. Le girava la testa e si rese conto di emanare un fastidioso lezzo di carne bruciata. Fece perno su un gomito e cercò di mettersi seduta, ma il dolore fu così forte che svenne. Quando si riprese, la spiacevole memoria ritornò e si ricordò della saetta.

«Sono morta?» s’interrogò.

Nessuno le rispose. Strisciò dolorosamente verso un punto del bosco all’apparenza meno isolato. I suoi pantaloni, maglietta e borsello erano spariti chissà dove e, non potendo servirsi del cellulare, iniziò ad angosciarsi. Gridò aiuto per alcuni istanti, infine smise, sopraffatta dal dolore e dalla stanchezza, e poggiò il capo sul terreno che odorava ancora di pioggia. Quando lo rialzò, una ragazzina la stava fissando meravigliata. Cercò di parlarle, ma la fanciulla scappò, come se fosse inseguita da un branco di lupi. Si mise seduta e controllò la sua situazione: la spalla e il braccio destro erano ustionati, ma non gravemente, anche se toccandosi i capelli scoprì che si erano in parte bruciati. Udì dei rumori farsi più intensi.

Forse la ragazzina ha chiamato i soccorsi, sperò.

In effetti le riapparve la bambina, accompagnata da un giovane uomo prossimo alla ventina. Era troppo stordita dagli eventi e non prestò molta attenzione al loro abbigliamento, ma il ragazzo non stava indossando la divisa dei vigili del fuoco. Quello che aveva sulle spalle sembrava un mantello.

«Aiutatemi, vi prego» sussurrò.

Le si avvicinò e le parlò, tuttavia lei non capì quello che il giovanotto le stava comunicando. Il dialetto veronese, così stretto, le era quasi incomprensibile. Con un certo sforzo la fece alzare e le mise sulle spalle il suo mantello. Lei si sentì debole e fu sopraffatta da un senso di nausea, le gambe cedettero e lo strano ragazzo la prese in braccio, iniziando la discesa verso valle.

«Madre, madre!» urlò questi.

Il giovane la trasportò oltre la soglia di una casetta di legno e iniziò a discutere con la madre, preso dall’urgenza della circostanza. La donna li squadrò, disse qualcosa e infine indicò un angolo della capanna. Il ragazzo la posò delicatamente su un giaciglio di paglia e si ritrasse.

Quando mai si riposa ancora su pagliericci? si domandò confusa.

La donna le si avvicinò, scostò il mantello del figlio e si apprestò a esaminare il suo corpo scottato. Il giovane, nel frattempo, continuava a parlare alla madre in stretto dialetto veronese. Alice capì solo qualche parola: “guerra e assedio”.

Assedio! Sono forse impazzita? Dove sono capitata? pensò sempre più stranita.

Osservò meglio il loro aspetto e notò lo strano abbigliamento. Calze in tessuto allacciate singolarmente, tuniche e vestiti a maniche lunghe, strette in vita da cinture di cuoio.

Sto avendo un’allucinazione, sono stata internata? rimuginò angosciata.

Non si era mai considerata una persona emotiva, tuttavia quella situazione la stava mettendo a dura prova.

«Dove siamo?» chiese prossima alle lacrime.

«Arbizzano» rispose la donna fissandola.

Udì il rumore della porta che si apriva: un uomo entrò in casa e si bloccò sorpreso di vederla.

«Chi siete?» domandò in dialetto.

Lei capì la domanda e si mise seduta. Tuttavia, prima di rispondere, analizzò con attenzione i suoi salvatori. L’uomo poteva avere una quarantina d’anni ed era vestito come il figlio. Alcune rughe gli solcavano il viso, inoltre i capelli e la barba erano quasi del tutto grigi. La donna, che la stava scrutando, non poteva averne più di trenta.

Sono stressata dal lavoro?

Il senso di panico la prese alla gola, lo combatté con determinazione e ispezionò meglio la stanza. In un angolo della casupola di legno vide un arco con faretra piena di frecce e distinse il chiocciare di galline provenire dall’esterno.

Queste strane persone hanno un arco munito di frecce!

Il suo sbigottimento s’intensificò. «Mi chiamo Alice» disse nervosamente.

Non sembravano intenzionati a farle del male. Il contadino infatti cercò di comunicare con lei. Capì solo “fattoria e Autiero”, unito a “Verona e parenti”. Fece cenno di diniego. L’uomo continuò a fissarla, interdetto dal suo silenzio. Del terzo tentativo di comunicare capì solo “monache e carretto”.

«Va bene» accettò.

Vinta dalla stanchezza si sdraiò ancora. Ormai il meriggio si stava trasformando in sera. Vicino a lei si distesero i ragazzi, sul lato opposto della casupola, nei pressi del camino, i due genitori.

Si svegliò, quando il ragazzo si mosse nella piccola stanza. Non la guardò e si vestì, sgattaiolando poi fuori dalla casetta. Una mezz’ora più tardi, lei udì il rumore di legno contro il terreno e il nitrire di un equino. Si alzò, ma iniziò a barcollare. Autiero, accorgendosi della sua difficoltà, l’afferrò per la vita, sorreggendola nei primi passi. Le sorrise e lei arrossì violentemente, accorgendosi d’un tratto di essere semi-nuda. Si coprì meglio con il mantello e uscì all’esterno con lui. Poteva essere l’alba e spaziò con lo sguardo il paesaggio. In lontananza notò la presenza di un’altra fattoria, separata da quella di Autiero da campi di cereali già mietuti. Nessuna strada asfaltata, macchina o altro mezzo agricolo, solo una stradina di terra battuta che si perdeva nel bosco. Vagando con lo sguardo, non poté far a meno di notare che le villette a schiera del quartiere di Novare erano scomparse.

È Arbizzano, riconosco le colline, ma dov’è Novare?

«Autiero, in che anno ci troviamo?»

L’uomo la squadrò stupito, probabilmente ritenendo che l’incidente le avesse leso la memoria.

«Anno domini 1163» le rispose.

Alice lo guardò con occhi sgranati, incredula.

Non è possibile, sono veramente capitata nel Medioevo? Ecco, è la fine, mi avranno già portata via con la camicia di forza e imbottita di farmaci?

«Da questa parte» la riscosse il contadino.

Autiero l’aiutò a salire su un carretto così sgangherato che lei si stupì potesse procedere. Salutò con un cenno i ragazzi e la donna, infine l’accompagnatore spronò il mulo. I due attraversarono il sentiero che s’inoltrava nel bosco, dove si era svegliata il giorno precedente. Grandi querce e roverelle si stagliavano alte ai bordi della strada, impedendo ai viaggiatori di venire abbagliati dai raggi del sole. Ogni tanto Alice udiva dei rumori nel sottobosco, scorse anche una quaglia e un cervo. Un flusso di pensieri angoscianti le affollò la mente, mentre il mezzo proseguiva nel verde.

Sono nel 1163 d.C., nessuno scherzo può essere così ben congegnato! Come ho fatto a capitare in questo tempo? Una saetta può creare una breccia temporale? La mamma avrà già denunciato la mia scomparsa alla polizia? Mio padre avrà già chiesto l’aiuto dei vicini? Sono forse morta e questo è il Purgatorio?

Verso metà mattina arrivarono in un ampio cortile circondato da mura. A destra e sinistra si ergevano due caseggiati di sassi e legno, chiusi da portoni di quercia. Autiero la fece scendere, bussò al portone sulla destra e parlò concitatamente con una novizia. Questa, dopo aver asserito qualcosa, si diresse all’interno dell’edificio. Dopo qualche istante d’attesa, si affacciò sulla porta una monaca minuta, con chiari occhi verdi e modi sbrigativi, accompagnata da altre due consorelle. La religiosa, forse la badessa, si esprimeva in un incomprensibile linguaggio fatto di dialetto veneto e di latino. Alice la osservò bene, scorse nei suoi occhi bontà e accoglienza, un senso di fiducia la invase e il panico diminuì. Si voltò verso il buon contadino, che era stato così gentile con lei e l’aveva accolta nella sua casa, senza fare troppe domande.

«Grazie, Autiero.»

L’uomo s’inchinò e se ne andò, facendole un sorriso.

Non devo avere paura, le monache non mi faranno del male.

Cercò di convincersene, mentre la conducevano in un ampio stanzone, dove erano stati sistemati dei giacigli di paglia. Le tolsero il mantello e videro che i suoi indumenti erano praticamente inesistenti. Le loro pupille si dilatarono dalla sorpresa e preoccupate la fissarono un istante in silenzio. Lei ne approfittò per analizzare meglio le sue bruciature e il timore le montò dentro.

«Meretricio» sussurrò una suora alla badessa.

«Foglie di bardana» decise questa negando l’affermazione dell’altra.

Le spalmò sulla scottatura un impacco dalle proprietà rinfrescanti e lei si rallegrò di conoscere un po’ le erbe. La storia medievale, nel XXI secolo, era stata la sua passione. Aveva letto molti saggi. Le monache, secondo quanto aveva appreso, poiché donne, non potevano studiare anatomia e medicina; solo i ricchi e ambiziosi preti, se lo desideravano, potevano studiare scienza medica nelle città. In ogni caso, quelle donne curavano numerose malattie e spesso il medico non veniva interpellato, specialmente quando il paziente non poteva pagare.

Le settimane fluirono lentamente nell’ospedale gestito dalle monache, scandite dalle pozioni e dalle medicazioni. Un mese più tardi lei fu dichiarata guarita, tuttavia non sapeva dove andare, quel mondo le era alieno e la spaventava. Desiderava tornare a casa, la sera spesso piangeva ricordando i genitori e la sorella.

Non riesco a capacitarmi di essere nel 1163. Non li rivedrò più? rimuginava demoralizzata.

Ciononostante, avendo fatto amicizia con le simpatiche pie donne, si propose d’aiutarle, per sdebitarsi della loro assistenza. Ora riusciva ad afferrare meglio il dialetto, ma quando parlavano latino, la sua capacità di comprensione diminuiva terribilmente.

«Certo, Alice. Potresti andare a cercare le piante officinali che ci occorrerebbero prima dell’arrivo dell’inverno. Ti spiegherò come sono le foglie e come raccoglierle» propose sorella Maria Claretta.

La mattina seguente, all’alba, Alice s’incamminò nel bosco. Su indicazione di sorella Amelina si diresse verso il torrente, che scorreva da est a ovest e divideva il terreno abitato dalla selva. Una volta arrivata a destinazione, si mise subito al lavoro, avendo scorto in riva all’acqua le foglie che stava cercando: bardana, saponaria, ortica e camomilla. Scavò facilmente il terreno, umido di rugiada, e avvolse le radici in foglie imbevute d’acqua. Se si fossero seccate, prima di ricevere il trattamento, avrebbero perso le loro proprietà. Osservò il cesto pieno di radici ed erbe.

Forse dovrei rientrare, la temperatura si sta alzando troppo per i miei gusti e poi non c’è più spazio nel paniere.

Si deterse la fronte con una mano. Era sporca di terra e sudata, da molto tempo non faceva un bagno come si deve, si sentiva maleodorante.

Perché no? Non c’è nessuno.

Si tolse l’abito di lanetta marrone e s’immerse. L’acqua era fredda e piacevole.

È così profonda, constatò nuotando al largo.

Poi si riavvicinò alla riva e staccò con le mani una radice di saponaria. La fece schiumare su un sasso e si lavò. I libri, che aveva letto e studiato nella sua vita, finalmente le stavano tornando utili.

Aveva appena finito di risciacquarsi, quando udì un rumore di zoccoli al galoppo e le voci indistinte di uomini. Uscì velocemente dal ruscello e si nascose nel sottobosco, portando con sé anche il cesto con le erbe e l’abito. Dal sentiero della foresta, oltre il rivo, sbucarono tre cavalieri in cotta di maglia, armati di archi e di spade. Indossò la sottoveste di tessuto grezzo, senza perdere d’occhio gli uomini. Uno di loro parlò in una lingua che le parve simile al francese e capì poco quello che stavano dicendo. Cercò di origliare il più possibile e si dimenticò d’indossare anche l’abito.

Forse è occitano. Durante il Medioevo, in Francia e in Italia, era una lingua amministrativa e giuridica in competizione con il latino, ricordò.

Rimuginò osservandoli meglio e le venne in mente che, molti cavalieri, figli minori di duchi e di conti italiani, non ereditavano la terra ed erano costretti a cercare fortuna in giro per l’Europa. Gentilmente, gli uomini costrinsero i destrieri a entrare in acqua. Erano giunti nel mezzo del torrente, quando uno dei cavalli, innervosito da qualcosa, s’imbizzarrì, disarcionando un cavaliere, che cadde pesantemente nelle acque impetuose. Il peso della sua cotta di maglia lo trascinò sott’acqua.

Annegherà senza aiuto!

Istintivamente, lei si lanciò nella corrente, cercando di raggiungere l’uomo più in fretta possibile. La testa era già scomparsa nei flutti. Lei prese fiato, s’immerse e scorse il corpo che lottava per liberarsi dalla cotta e dalle armi. Gli prese il viso tra le mani, pose le sue labbra su quelle del guerriero e vi insufflò tutta l’aria che poteva. Poi ritornò in superficie, sbuffando. S’immerse di nuovo. Nel frattempo il combattente era riuscito a liberarsi di scudo, arco e spada. Rimaneva solo la cotta di metallo, ma l’uomo era a corto d’aria. Freneticamente, gli sfilò la cotta. Infine lo trascinò inconscio a riva. Alzò gli occhi e notò gli altri due armigeri fissarla attoniti.

«Aiutatemi a sollevarlo, è troppo pesante, non ce la faccio da sola!» urlò.

Era quasi giunta sulla sponda e l’acqua non poteva più aiutarla ad alleggerire il peso del corpo. Uno dei due si riprese e la soccorse.

«Mettetelo supino, presto!» ordinò.

Il guerriero più giovane, poco più che adolescente, eseguì il comando, guardandola pieno di paura. Iniziò a praticare allo sconosciuto svenuto la respirazione artificiale e il massaggio cardiaco.

Trenta compressioni cardiache, estensione del collo e liberazione delle vie aeree, infine due respirazioni artificiali, ricordò dalle nozioni di pronto soccorso.

Grazie a Dio, dopo alcuni istanti, l’uomo emise un colpo di tosse e vomitò l’acqua che aveva bevuto. Infine, traendo un profondo respiro, si girò a osservarla. Le sorrise: aveva splendidi e maliziosi occhi chiari da gatto e folti ricci scuri. Un pizzetto altrettanto scuro gli ricopriva il mento.

Sono semi-nuda e sto sorridendo come un’idiota a questo bel guerriero! Devo essere impazzita! Come minimo mi violenterà, tremò rendendosi improvvisamente conto d’indossare solo la leggera sottoveste.

Schizzò verso il cespuglio, dove aveva nascosto il cesto delle erbe e il vestito. Indossò velocemente la lunga tunica, poi scappò nel sottobosco.

Purtroppo, il milite più anziano, che era rimasto in sella al suo cavallo, la inseguì e la riportò dal salvato. Alice notò l’aria seria di quest’ultimo e rabbrividì di paura, quasi svenendo.

Non dovevo fuggire, ora mi sottoporrà a interrogatorio, tremò.

«Chi siete? Una fata dei boschi?» la interrogò guardingo l’uomo

«Sono solo una donna, non una maga della foresta venuta a salvarvi» balbettò lei. «Stavo raccogliendo erbe nel bosco per l’abbazia delle monache di Arbizzano, quando vi ho sentito cadere in acqua.»

«Vi muovete agilmente nel torrente. È infido e profondo in alcuni punti» la squadrò.

«Vedo che vi siete ripreso. Devo andarmene ora, le sorelle mi staranno attendendo. Felice di esservi stata d’aiuto» si congedò raccogliendo il suo coraggio.

Si alzò vacillando, prese il cesto e si girò, incamminandosi nel sottobosco. Fece solo pochi passi, il cavaliere più anziano la prese ancora alle spalle e la trascinò sul suo baio. Lottò questa volta, tentando di liberarsi, ma l’uomo era troppo forte e continuava a tenerla ferma e stretta sul suo cavallo, mentre discuteva con il salvato in occitano.

«Laissez-moi!» urlò atterrita.

Il vecchio guerriero, meravigliato, la lasciò andare, mentre quello carino, salvato poco prima, sbraitava degli ordini al terzo, più giovane, chiamandolo Michele. Quest’ultimo l’afferrò, lei cercò nuovamente di divincolarsi e fuggire, tuttavia Michele era robusto e determinato. La posizionò sul grosso destriero da guerra del bel cavaliere, che la strinse senza riguardi e lei non poté far altro che attendere il suo destino.

«Sono Lorenzo Aligari, figlio minore del conte Aligari, castellano di Fumane. Voi chi siete?»

Non seppe cosa rispondere, confessargli la verità era fuori discussione, un armigero non l’avrebbe mai capita. Così rimase in silenzio, cercando di tranquillizzarsi. Infine, consapevole che il suo prolungato mutismo poteva destare sospetti, iniziò a raccontare.

«Mi chiamo Alice, sono figlia di un commerciante. I miei parenti sono morti lo scorso inverno, io sola sono sopravvissuta. Il Signore Dio mi ha risparmiata.»

Lorenzo non replicò e spronò il destriero verso l’abbazia. Gli altri due compagni lo seguirono d’appresso.

Alcuni istanti più tardi giunsero nel cortile delle religiose. Lei si accorse di quanto fosse robusto Lorenzo solo quando la fece smontare dal suo cavallo. L’uomo sovrastava di dieci centimetri gli uomini che aveva veduto fino a quel momento. Amelina, la badessa, probabilmente attirata dal trambusto, si affacciò preoccupata sull’uscio.

«Cosa accade? Perché dama Alice è trattenuta in codesto modo?»

«Questa donna ha resuscitato dai morti il nobile Lorenzo, toccandogli il torace e facendogli vomitare tutta l’acqua» rispose il cavaliere anziano.

La discussione attirò un discreto numero di contadini, i quali forse speravano in una pubblica punizione, un diversivo dalla vita quotidiana.

«Alice, ti avevo raccomandato di stare attenta e nasconderti, se udivi gente!» la rimproverò sorella Maria Claretta.

«Mi dispiace molto, sorella. In un primo momento mi ero infatti nascosta nel sottobosco, vicino al corso d’acqua. Poi il cavallo di quest’uomo si è imbizzarrito, così mi sono tuffata per salvarlo dall’annegamento. Ho solo praticato una respirazione artificiale. È d’uso comune da dove provengo, serve a fare uscire l’acqua dai polmoni.»

Si divincolò, cercando di correre via, ma Lorenzo la strinse maggiormente. Alice tremò e impallidì, Lorenzo la scrutò accigliato e infine la lasciò andare. Lei si affrettò a correre dalla badessa, cercando conforto nelle sue braccia.

«Bene, ci faremo rivedere. Non sono convinto che tutto ciò che affermate corrisponda al vero.» Sostenuto il suo punto di vista, Lorenzo rimontò sul suo baio e con i suoi uomini sparì in direzione del lago di Garda.

«Per ora l’ho scampata», mormorò lei rivolta a se stessa.

Il sole stava nascendo luminoso dalle colline di Arbizzano e un raggio colpì il giaciglio dove stava dormendo. Alice si mosse, sbatté le palpebre e rimase sdraiata ancora un minuto, sforzandosi di ricordare dove si trovasse e perché.

Non ritornerò mai più dai miei cari, si angosciò piagnucolando.

I ricordi delle ultime settimane la sommersero e si domandò, per l’ennesima volta, come avesse fatto a viaggiare nel tempo.

Le brecce spazio-temporali sono fantascienza anche nel XXI secolo, pensò.

Depressa e con molta voglia di piangere, si alzò, ormai sveglia. Si lavò viso e il corpo in un catino pieno d’acqua e si diresse verso la cucina dell’abbazia.

«Buongiorno, Alice. Dopo il pasto ti condurrò da badessa Amelina» disse la novizia.

«Grazie, Alilanda» sorrise.

Le due donne salirono tre gradini e girarono a destra; nel corridoio si aprivano due porte. Alilanda bussò un paio di volte alla porta del magazzino ed entrò, seguita dalla donna.

«Sorella Amelina, Alice è arrivata. Ha bisogno ancora di me?»

«No, va’ pure Alilanda, grazie.»

La quindicenne uscì, lasciandola sola con la religiosa.

La sua prima impressione fu di perfetto ordine. Vari contenitori di cotto erano allineati su scaffali. Uno di questi giaceva aperto su di un tavolaccio grezzo, retto da cavalletti.

La badessa si girò verso di lei e la fissò. «Ho udito che desideri ricambiare le nostre cure.» Gli occhi verdi della religiosa scintillarono d’interesse. «Mi sei sembrata una donna intelligente, così, se vorrai, t’insegnerò personalmente come trattare ed essiccare le erbe medicinali. Se ti piacerà, potrai decidere di entrare nell’ordine» sorrise.

Alice era credente, tuttavia la sua fede non era così profonda.

Non voglio ferirle, ma neppure farmi monaca.

«Vorrei ricambiare come posso la vostra gentilezza» disse abbassando gli occhi a terra.

La superiora si mise al lavoro e le fece vedere come tagliare, suddividere le erbe ed essiccare le radici. Passò così gran parte della mattina e solo verso mezzogiorno interruppero il lavoro per mangiare qualcosa. Alice si stiracchiò; era un po’ stanca e la schiena le doleva.

«Vuoi riprendere più tardi? Pregheremo alcune ore dopo il pasto.»

«Una sosta mi farebbe bene. Andrò a fare una passeggiata.»

Quel meriggio incontrò Luigi, il figlio di Autiero e parlarono un po’. Era un giovane sveglio e le confidò di non voler lavorare la terra come il padre.

«Non ho scelta, Alice. Sono un contadino semi-libero, legato alla terra» le rivelò avvilito.

«Peccato che un giovane come te non possa dedicarsi a qualcosa che ritiene migliore» replicò lasciando cadere l’argomento per evitare d’infierire.

L’insegnamento delle religiose durò alcune settimane, sempre intervallato con uscite sul campo. Usualmente, suor Maria Claretta andava con lei, istruendola riguardo erbe e radici. Alice era interessata e molto curiosa. Certo, le mancava la sua vecchia vita, soprattutto i genitori, gli amici e i libri.

Malgrado ciò devo adattarmi a questa vita, se voglio sopravvivere, considerò più volte triste.

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